Una montagna a cui dare del Lei

La Francigena in Val D’Aosta è una cagata pazzesca, ma (come direbbe uno che conosco) la Val D’Aosta è Dio
(breve, sapida, saccente e autoreferenziale concione sul camminare e altre osservazioni sul profondo nord)

Io ci ho provato, che sia messo agli atti che io ci ho provato. Ho intrapreso il percorso piena di buoni propositi e con l’idea che un cammino a bassa quota fosse necessario a completare la programmazione dell’estate 2018. In fondo, sono molto affezionata al Cammino di San Benedetto e non vedo l’ora di fare le tappe che mi mancano a completarlo (peraltro, tanti me lo hanno chiesto).
L’amara sorpresa arriva abbastanza presto: il cammino è quasi tutto su asfalto! Studiando la traccia, avevo immaginato carrarecce e strade bianche, e invece sono proprio STRADE ASFALTATE. Ora mi spiego l’alternativa della ciclovia Francigena! È l’unica maniera sensata di percorrere questo tratto.
Allora, è ovvio che se i sentieri non ci sono c’è poco da fare, ma insomma fare un cammino per la massima parte su asfalto…proprio non ha senso, per quanto mi riguarda. Peraltro si cammina su strade secondarie ma il rumore del traffico è abbastanza vicino. Di certo è anche una questione di conformazione della vallata, ma insomma si cammina quasi sempre vicino a strade a grande scorrimento di auto, in luoghi altamente antropizzati, in cui il paesaggio ha ben poco di naturale, salvo alzare la testa e guardare (da lontano) le montagne. Ma allora tanto vale andarci, su quelle montagne stupende.
I villaggi che si attraversano sono carini, ma si tratta di costruzioni moderne (salvo un castello lungo l’unico km e mezzo di sentiero), belle ville con giardini e tanti fuori, ma insomma nulla che valga la pena di attraversare a piedi.
Aosta è una città bella e ben gestita, ovunque ci si giri tutto rivela un progetto, una direttiva, un ordine precisi e funzionali. La gente sorride, saluta, passeggia. E tutti sembrano avere cani, che sono ben accetti ovunque, persino  (come scopro con un giro di telefonate per prenotare da dormire in alcuni posti tappa sull’Alta Via) nei rifugi.
Amleto trova cagnolone compiacenti e canetto rissosi come lui. Ci sono tanti chihuahua al seguito di signore eleganti e fresche di parrucchiere. Con uno Amleto si attardaparticolarmente nella coreografia di “chi è il capo qui” e mi scappa un “ma che fate che siete due sorci”. “ah ha ha sorcio…mi fa tanto ridere il dialetto romano!”, mi dice di rimando l’elegantona.
(sapessi come me fa ride a me come parlate voi…)
Insomma, io ci ho provato a fare sta Francigena, ma l’estate è fatta per la montagna. E così io e Amleto prendiamo un pulman che dopo una serie di tornanti ci scarica al fresco di Bionaz, sul percorso dell’Alta Via n. 1 della Valle d’Aosta. Il sopralluogo ufficiale è programmato per settembre, ma qualche tappa in più mi fa proprio gola.
Finalmente siamo nel nostro elemento, ma queste montagne sono proprio diverse da quelle che conosciamo.
Una persona da cui ho imparato tantissimo diceva che alla montagna bisogna dare del Lei, e questa è proprio una montagna a cui questa espressione si adatta.
Siamo innegabilmente all’estero, anche se i confini ci dicono che siamo nella nostra madrepatria. Ad Aosta si parla italiano e francese, qui la lingua è un dialetto francofono che con l’italiano non c’entra un bel niente.
Ci accomodiamo felicemente all’ostello La Batise per la notte, un posto favoloso, comodo e moderno, gestito da due ragazzi, un posto in bilico tra moderno e radical chic fricchettone dove servono verdure del loro orto e prodotti locali deliziosi. La struttura è bella, spaziosa, rustica e ben tenuta. L’aria è fresca e frizzante e non vedo l’ora di cominciare a camminare domani.
Ho in mente le parole di un libro che ho già citato, è fin troppo facile lasciarsene ispirare: “la Val d’Aosta, montagne più alte e severe. Mia madre poi mi avrebbe raccontato che, la prima volta, fu invasa da un inatteso senso di oppressione. Rispetto ai profili dolci del Veneto e del Trentino quelle valli occidentali le sembravano anguste, buie, chiuse come i gole; la roccia era umida e nera, torrenti e cascate scendevano dappertutto. Quanta acqua, pensò. Deve piovere moltissimo qui. Non si rendeva conto che tutta quell’acqua nasceva da una sorgente eccezionale, né che lei e mio padre ci stavano andando proprio incontro. Risalirono la valle finché non furono abbastanza in alto da uscire di nuovo al sole: lassù il paesaggio si aprì e all’improvviso, davanti agli occhi, avevano il Monte Rosa. Un mondo artico, un eterno inverno che incombeva sui pascoli estivi. Mia madre ne fu spaventata. Mio padre invece diceva che fu come scoprire un altro ordine di grandezza, arrivare dalle montagne degli uomini e ritrovarsi in quelle dei giganti. E naturalmente se ne innamorò a prima vista.”
(Paolo Cognetti, Le otto montagne)

È proprio così.

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