Bellezza, asprezza, tenerezza, trascuratezza: la mia Sardegna

“Ti correrà le vene in un languor dolce ed amaro di malinconia che forse chiamerai mal di Sardegna” (Marcello Serra, Mal di Sardegna)

Mi sono innamorata della Sardegna come ci si innamora a (quasi) quarant’anni (ormai in agguato tra qualche mese, sigh).

Trasognata come tutti gli innamorati, con tutta la passione possibile, ma anche e soprattutto con la testa, con la voglia di conoscere, di capire (se è mai possibile). Mi sono innamorata delle parole di questa terra, e non solo le parole dette, per quanto io abbia sempre amato moltissimo tutti i dialetti e le cadenze, e quella sarda è particolarmente musicale e piacevole.

Ho comprato diversi libri, da che sono venuta qui la prima volta, e in particolare ho letto tutto d’un fiato “Cuor di Sardegna” di Arianna Franceschi, una lunga dichiarazione d’amore, appassionata e impietosa, per la sua Sardegna, “un solco scavato nell’anima, una madre che ti plasma, ti lega e ti ama follemente”, di cui dichiara di amare “i colori e la sua schiva solitudine in mezzo al mare, le sue degne montagne” e che ringrazia per averle dato “lettere chiuse e doppie scoppiettanti”, di farla “deliziare con sapori decisi e talvolta bizzarri” e che ringrazia perchè da qualsiasi parte la attraversi, arriverà sempre al mare.

Ma Arianna non risparmia le malefatte della sua terra, e parla di Sclerosi Multipla, che in Sardegna colpisce con strana frequenza, di anonima sequestri, come parla con amore di cucina, di usanze e leggende.
Ma ho preso altri libri, che raccontano e documentano l’attività mineraria che ha modellato il paesaggio creando un’ambiente in cui il fascino della storia esalta le splendide testimonianze di archeologia industriale. Il paesaggio naturale risplende di luce e di vita, il mondo sotterraneo gli fa da contraltare inquietante.

Mi sono innamorata con le gambe, su sentieri impervi e trascurati, dove sono ancora pochi gli escursionisti, a dispetto di una bellezza che toglie il fiato. Mi sono innamorata con gli occhi, perchè è impossibile guardare i colori della costa rossa di bauxite e gialla e verde di ginestre tra Nebida e il Pan di Zucchero senza innamorarsene. Mi sono innamorata con il naso, perchè l’odore che ha questa terra è incredibile.

Negli ultimi giorni ho visto montagne e coste, ed entrambe sono di una bellezza senza eguali. Ho conosciuto tante persone che vivono e lavorano qui, e in tutti loro ho visto la Sardegna.
L’ospitalità dei sardi è un luogo comune? beh, è assolutamente rispondente al vero. In questi mesi di corso, tutti mi hanno trattata come un’ospite atteso. Mi hanno offerto passaggi, cene improvvisate, caffè, birre. Mi hanno aperto la loro casa, mi hanno dato senza esitazioni aiuto e sostegno, anche con due chiacchiere. E tutto questo è vero tanto per gli abitanti di Cagliari quanto per chi vive nei paesini.

Cagliari ha una bellezza variopinta, multiculturale, cosmopolita. Cagliari è Fabio, il mio insegnante, che racconta la storia della città con passione e sapienza, ma senza pedanteria. Cagliari è Alessandro, che mi prepara una signora cenetta a mezzanotte, quando rientro stravolta da Gorropu. Cagliari è il silenzio di via Garibaldi, una vera via pedonale dove i cani giocano liberi, è la maestosità dei bastioni, è il bicchiere di cannonau in un piccolo baretto del centro, è la musica e le voci e l’aria del mare.

Per me la Sardegna è bellezza, ma anche trascuratezza. Il luogo comune valido in tutta Italia, in cui le bellezze turistiche, soprattutto per gli escursionisti, sono abbandonate a loro stesse e non sfruttate come risorse, qui è vero in modo impressionante. E a peggiorare la situazione, i sentieri sono costantemente smangiucchiati dal mare e dal vento. Tra Nebida e Funtanamare ci sarebbe un sentiero (segnalato nelle cartine e sulla guida che ho preso un paio di settimane fa), ma tra steccati crollati, frane e incuria, ne rimane ben poco, di certo non abbastanza perchè io mi senta tranquilla a portarci un gruppo. Tra Nebida e Masua, per fortuna, le cose cambiano e si nota un po’ di manutenzione. Il percorso è straordinario, un’esplosione di colori in un paesaggio scolpito dal vento e dal mare. Sto per dire un’eresia: il sentiero degli Dèi gli spiccia casa. Ebbene si.

Il viaggio in treno da Cagliari a Iglesias è anche e soprattutto un viaggio nel tempo: le carrozze assomigliano più ad una diligenza che ai vagoni di un treno, sulle porte dei bagni c’è scritto “ritirata” e non ci sono prese di corrente. Mi sa che risalgono un’epoca in cui manco c’era l’elettricità, figuriamoci i Samsung Galaxy con caricabatterie superfast.

Prima di venire qui nell’Iglesiente, un sardo mi ha detto che, entrando nelle miniere, aveva avuto una strana sensazione di oppressione, come se in quei cunicoli si sentisse ancora il lavoro dei minatori, la loro vita di fatica, e si è affrettato ad aggiungere che forse la cosa mi avrebbe fatto un po’ ridere. Ma quando ho visitato anche io questi posti non mi ha fatto ridere per niente, e anzi mi ha fatto venire i brividi, perchè è vero.
E fa ancora più impressione pensare ad una vita del genere quando fuori dalla galleria in cui si lavora c’è una tale esplosione di colori, di sole, di vita.
Ed è questo il filo conduttore del mio viaggio, saranno queste le letture che ho scelto. Voglio raccontare le storie di chi viveva qui, leggere le loro parole e raccontare delle loro lotte, che mica sono finite.
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