L’odore della Sardegna

“Avvisiamo i signori passeggeri che è iniziato l’atterraggio verso Cagliari, vi preghiamo di restare seduti e mantenere allacciate le cinture di sicurezza”.
Nei film l’esordio con l’atterraggio ha un fascino irresistibile. E nella vita, pure. Cagliari mi accoglie con un sole accecante e trenta compagni di corso per Guida Ambientale Escursionistica ad attendermi. Faccio il mio ingresso trionfale in aula con un certo ritardo (ho perso il trenino dall’aeroporto al centro) e il nostro insegnante, Fabio Perria, è già alle prese con isoipse e colore bistro. Per me sono cose già fatte, ma un ripasso fa sempre bene e la spiegazione è davvero chiara ed esaustiva, nonostante la materia un po’ ostica.
Quando finalmente ci spostiamo per la prima escursione didattica, nel pomeriggio, la bellezza della Sardegna mi travolge.

E’ soprattutto l’odore a colpirmi, io e Amleto annusiamo l’aria con la stessa curiosità mista a stupore. Questa terra ha un odore incredibile, mai sentito da nessuna parte. Il mio insegnate dice che si tratta dell’aroma del lentisco, arbusto sempreverde onnipresente da queste parti. Ci porta in un sito archeologico in corso di scavo, una testimonianza della civiltà nuragica, e ci parla di come si tratti di uno scavo sconosciuto, una delle tante meraviglie italiane che passano sotto silenzio, come non esistessero. Alle nostre spalle, proprio sul mare, una gigantesca raffineria fornisce benzina per i nostri spostamenti e intralcia la bellezza del paesaggio. Fabio mi fa notare come la benzina sia per tutta Italia, ma l’obbrobrio solo qui, con tasse pagate altrove.


Scaricata in centro da uno dei miei compagni di corso, comincio a sentire la stanchezza ma non resisto alla tentazione di dare un’occhiata in giro. Come sempre, comincio a camminare a caso, guidata dalla bellezza dei vicoli, da questo odore incredibile che non è solo il lentisco delle montagne, ma odore di mare, odore di cielo, odore di persone, di vino e di pietra cantone.

Non so se questa città assomigli a Genova, se tutte le città sul mare siano simili tra di loro o se sono io che recupero oggi quel tipo di dimensione del viaggio. Mi rendo conto che è tanto tempo che non mi trovo in una città che non conosco senza avere un sopralluogo da fare, senza la disposizione mentale a memorizzare luoghi o prendere appunti su possibili soste o passaggi rischiosi.

Sto semplicemente gironzolando per una città che non conosco guidata dalla mia “dolce curiosità”, e come spesso mi accade guardo i volti delle persone, gli angoli deserti e le finestre delle case. Presto l’orecchio ai discorsi degli sconosciuti, prendo confidenza con questa inconfondibile cadenza. Annuso l’aria.  In debito di sonno sempre più consistente (mi sono alzata alle 5 e la giornata è stata piuttosto intensa), mi aggira per i vicoli con il naso all’insù e la testa leggera mentre Amleto avvicina il naso a pisciatine di cani sardi.
Svolto un angolo e mi trovo in piazza San Domenico, con tanti tavolini all’aperto, e mi siedo all’unico posto libero di un’enoteca piccola e piena di gente. Amleto mi si acciambella sulle gambe e me ne resto a guardare le persone che passano in piazza, le gigantesche palme, il sabato sera sardo che si srotola in mille rivoli diversi.

Il secondo bicchiere di cannonau scivola via, il pecorino lo sposa in una perfetta armonia, non ho idea in che parte della città mi trovi e il mio lettuccio nel delizioso ed economicissimo b&b che ho prenotato comincia a sembrarmi il paradiso. Questa prima, lunga, meravigliosa giornata in Sardegna sta per volgere alla migliore delle conclusioni, un’alta camminata tra i vicoli guidata dalla torre dell’Elefante, il mio riferimento toponomastico.

Il giorno dopo mi sveglio alle sei, apro la finestra per accertarmi che l’odore sia sempre lì e decido per una bella camminata fino a Calamosca, dove incontrerò il resto del gruppo per la nostra seconda escursione didattica. Il luogo è assolutamente spettacolare, una breve salita e si apre una vista mozzafiato sulla lunga spiaggia del Poetto e su tutta Cagliari. Fabio ci guida con uno stile che è esattamente quello che vorrei fare mio. Le sue spiegazioni sono semplici ed essenziali, abbracciano la fauna, la storia, la geologia senza mai essere pesanti, ma lasciando intuire una profonda conoscenza dei luoghi. Si vedono i ricci, ma non i bigodini. Si intravede l’orgoglio delle sue origini in quel modo particolare che hanno i sardi, che ho sempre notato ma non avevo mai compreso appieno, un modo schivo e al tempo stesso forte, l’orgoglio di chi sa come reagiranno le persone quando vedranno, quando capiranno.

Trascorro le ultime ore prima di riprendere l’aereo tra i vicoli e i giardini pubblici, dove scopro le Dormienti di Mimmo Paladino e abbraccio due incredibili ficus magnoloidi che il custode mi dice avere oltre 125 anni.

Non vedo l’ora di tornare.

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